Torgeir Wethal
Domenica 27 giugno alle 7,45 di mattina è morto Torgeir Wethal che appena diciassettenne nel 1964 e insieme a Eugenio Barba aveva fondato a Oslo, in Norvegia, l’Odin Teatret.
Domenica 27 giugno alle 7,45 di mattina è morto Torgeir Wethal che appena diciassettenne nel 1964 e insieme a Eugenio Barba aveva fondato a Oslo, in Norvegia, l’Odin Teatret.
Per quale motivo si va a vedere uno spettacolo? Per rilassarsi, per esserne coinvolti, perchè “il fin sia la meraviglia”?
Io a vedere Vincenzo Schino al Festival delle colline ci son andata perchè l’ha prodotto il Centro di Palmetta, Demetra Produzioni dove ora lavora Alessandro_C.
Come molti di voi sanno, io e lui siamo stati Cip&Ciop per tutto lo scorso anno ed é stato lui a dirmi: “vale, va’ a vedette Schino, che nun te piacerà , ma vacci!” e io ho obbedito.
Contrariamente alle opinioni di Ale, lo spettacolo mi é piaciuto, molto.
Lo spettacolo é onirico, visionario, fantastico (nel senso che si appella alla fantasia); un viaggio dentro un sogno, come quando qualcuno ti racconta un sogno lunghissimo e si perde nelle volute della sua mente e ne rimani affascinato. Ovvio che ognuno di noi ha un modo personale di sognare e di questo spettacolo ognuno ha avuto una percezione totalmente diversa (sento tutti che ne discutono al termine dello spettacolo, fuori dal Gobetti, nel classico rituale della sigaretta post spettacolo).
La cosa che in assoluto mi ha colpito di più é stata l’interpretazione e il gioco con lo spazio scenico; la dilatazione dello spazio scenico di un teatrino per burattini poi un oblò che racchiude il corpo di un attore, e ancora tutto appare filtrato da un occhio e una pupilla ricavata dalle tende della scenografia; la scenografia che lentamente si sgretola per lasciare spazio a un corridoio su cui si aprono tre stanze da cui provengono i suoni dello spettacolo.
Più che scene sono quadri in movimento, i personaggi sono statue che d’improvviso esplodono nel movimento!
…che dire? grazie Ale_C per questo buon consiglio e complimenti a tutto lo staff per questo spettacolo davvero affascinante.
Molto é stato detto sullo spettacolo “The brig” di Kenneth Brown, realizzato per la prima volta a New York nel 1964; non voglio e soprattutto non credo sia questo lo spazio per descriverne la drammaturgia nè il testo o il sottotesto.
Parlo da spettatrice. E’ stato per me un regalo vedere il Living Theatre nella mia città . Quel Living che esiste nei libri, nelle migliaia di pagine lette sul teatro contemporaneo e sui maestri della ricerca teatrale; é un regalo anche se non ci sono più Beck, Malina o Reznikov sul palco.
Una nuova era del Living, il Living che davvero é ancora teatro vivo e vivente.
Il mio stomaco si é stretto alcune volte e ho sospirato come quando si fa fatica e il fiato che esce ci sembra butti fuori qualcosa, ma si é costretti ad andare avanti, lo sguardo si vela di pietà e timore, odio e disperazione, si fa lontano il pensiero che “possa succedere a me” poi invece la realtà che ci circonda e che leggiamo o guardiamo al tg viene a galla.
E mi spaventa perchè le voci che sento sul palco potrebbero essere la mia o quella di mio fratello.
Rifletto sul fatto che in 40 anni di storia il mondo ancora non è cambiato, ancora si vive in una prigione, in mille prigioni che ci ingabbiano e per quanto siano finiti per me i bei momenti della ribellione a tutti i costi, l’essere un mulo adolescente con lo slogan nella testa del “contro tutti e tutto”, la facilità di cadere nel qualunquismo e criticare “IL SISTEMA”, qui mi accordo che é vero, che vivo incatenata.
Ho anche io il mio brig.
Se viste dall’esterno tutte le prigioni sembrano facilmente espugnabili e non così anguste, ma quando ci si é dentro tutto soffoca.
Lo spettacolo E’ da vedere.
Ognuno troverà le sue motivazioni.
La riflessione che mi hanno donato e che ora, senza superbia, regalo é:
“to whom are you gonna say “yes, Sir” in your life tomorrow?”
Giovedì 31 gennaio alle Fonderie Teatrali Limone si é tenuta la quarta serata del Futurfestival con lo spettacolo “And now: Apocalypse in Mahagonny”, presentato dall’Associazione Sinergia.
Lo spettacolo ricalca, la famosa opera musicale di Brecht “Caduta e ascesa della città di Mahagonny”.
L’inizio mi piace molto, un attore su una piattaforma nera, mobile, si inchina lentamente mentre una litania religiosa fa da sottofondo; i movimenti sono lenti, il controllo del corpo é buono, quasi “barbiano”(forse sono influenzata dal fatto che so che due degli attori hanno avuto un’esperienza con l’Odin Teatret); a seguire altre tre piattaforme vengono in primo piano, sotto la voce nevrotica e arrogante di un direttore di scena che li esorta, li bacchetta, li incita a muoversi, a esser rapidi nei cambi di scena.
Immediatamente si capisce questo gioco scenico della recita, nella recita.
La città di Mahagonny é proprio questo: un luogo altro in cui ripetere per sempre la scena più importante per la vita dei personaggi/persone che hanno deciso di entrare a far parte del mondo di Mahagonny. La città altro non é che un luogo in cui le persone, si possono rifugiare per scappare dalla loro vita e per celebrarne così il momento più importante, per non affrontarne le conseguenze, ma solo per godere per sempre del momento che ha cambiato la loro vita: la fuga dalla casa dei genitori per entrare a tutti gli effetti nel mondo degli adulti, la fuga da una chiesa il giorno della consacrazione alla vita clericale, l’apertura di un negozio di fiori, di una giovane prostituta stanca della vita di marchette e l’uccisione di una madre vedova-tiranna.
Il prezzo da pagare per questa ripetizione ab eternum é alto; sono i soldi che governano la città con i soldi é possibile far tutto.
Tre organizzatori-registi tengono in piedi questo teatro, sponsorizzando le attività della città e speculando sulla vita di chi approda a Mahagonny. Questi tre personaggi sono buoni, fanno ridere il pubblico, li vediamo scimmiottare, (fin troppo!) le famose televendite mediaset, stessi gesti, stesso imprinting; la sicurezza negli spot di propaganda e la stessa piccolezza nella vita quotidiana.
Il gioco dell’ironico, del grottesco é davvero importante, mi chiedo: perchè non spingerlo di più? Troppe poche prove? Attori non all’altezza e difficile da livellare in quanto a talento?
L’idea, buona, dei due livelli vita-reale e vita-rappresentata viene fuori dal fatto che nella vita rappresentata (la vita per cui i personaggi pagano la loro permanenza a Mahagonny), gli attori salgono su pedane mobili, ma per il resto, una volta discesi, lo stacco non é netto; l’uso della voce, per esempio, é identico.
Non sto parlando di dizione pulita, ma del sapere usare lo strumento della voce così come quello del corpo.
I temi trattati sono di una attualità sconvolgente, i soldi e la democrazia dei soldi: puoi tutto finchè paghi, se esci da questo meccanismo sei nulla e vai eliminato. Chi non produce e non fa girare i soldi, va tolto subito di mezzo, ma la scrittura é di Brecht: va da sè che sia ottima!
La sensazione globale é che questo sia un buon spettacolo che forse ha bisogno di ancora sei mesi di prove, di tagli, di uno sfoltimento, di pulizia, di piccoli accorgimenti qua e là che rendano il tutto meno noioso, scontato e prevedibile.