Dies, Stalker Teatro
DIES. Giorni contati, nuova produzione di Stalker Teatro per la regia di Gabriele Boccacini ha debuttato il 1 Febbraio alle Officine Caos.
Lo spettacolo, nel complesso gradevole, mi ha lasciato con un senso di incompiutezza. Nel programma di sala era spiegato molto bene il punto di partenza di questo lavoro: partendo dall’iconografia medievale del Cristo della Domenica (ammonitore per coloro che non onoravano la Festa), il regista vuole mettere in scena lo scontro ideale tra la necessità di lavorare e quella del sacro riposo domenicale. Un punto di partenza molto originale, interessante e attuale, in una società in cui il lavoro può diventare un lusso, ma così anche la festa. Uno spunto ricco di contrasti, perché otium e negotium si possono caricare di significati positivi o negativi, anche a ragione.
Piena di aspettative proprio perché il tema lo sento particolarmente mio, prevedo uno spettacolo che mi stordisca un po’, che svisceri appunto il contrasto tra le due sfere (lavorativa/festiva) e magari mi faccia scoprire qualcosa che non so. Purtroppo tutto questo non accade.
Sul palco giocano sei attori-danzatori (tre donne e tre uomini), accompagnati dalla voce amplificata di una donna che resta laterale, seduta con il tecnico di scena, e da un’altra donna disposta su una “torretta” che durante lo spettacolo viene spostata in vari punti del palco.
Proprio la donna sopraelevata narra del Cristo della Domenica, ne spiega l’iconografia e il significato, mentre gli attori in scena costruiscono delle enormi croci. Queste diventano protagoniste sul palco, disegnando tanti diversi paesaggi. Finita la spiegazione, la donna in vedetta fa un lungo sermone sul teatro, su come dovrebbe diventare, su com’è maltrattato dalla politica, sulle possibili soluzioni.
Intanto gli attori si prodigano in posizioni bellissime, di grande impatto.
Questo è il mio primo e forte dubbio (dico “dubbio” perché voglio scrivere da studiosa. Se dovessi parlare da regista direi “certezza”): il teatro si racconta? O piuttosto, il teatro racconta? Perché usare una voce narrante quando si può narrare col corpo e la voce degli attori? Ovviamente era un’attrice anche la donna sulla torretta, ma per la costruzione stessa dello spettacolo è parsa in un’altra dimensione. Io penso che a teatro non debba esserci il bisogno di mettere i “sottotitoli” alle immagini. Senza contare che l’omelia sul teatro, per quanto condivisibile (e io la condivido) non c’entrava molto.
Gli attori molto bravi, capaci davvero di far parlare il corpo, accompagnati poi dalla splendida voce fuori campo che cantava, non potevano essere usati per raccontare questo bellissimo tema direttamente? Ho trovato che invece ci siano stati troppi simboli. Troppe composizioni una dietro l’altra, davvero di difficile interpretazione. A me piace il mistero, l’inspiegabile, la domanda, ma qui era davvero poco chiaro. Con una svolta al centro dello spettacolo, più o meno da quando entra sul palco il colore rosso, e finalmente si vede un “episodio”, narrato (senza parole) dagli attori, che ci fanno sorridere e sospirare. Per poi tornare nel limbo del simbolo, mentre la donna in torretta continua a sputare frasi.
Sinceramente, avendo dei bravi attori, li avrei valorizzati di più.
