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27 f, 2011 da
Beba
Reza Servati con Strange Creatures in prima Europa, si presenta a Torino per Prospettiva 150 martedì 18 ottobre, lasciando soddisfatto il pubblico e guadagnandosi una pioggia di applausi.
Nessuna parola ha animato lo spettacolo, solo versi incomprensibili e tanto accompagnamento musicale. Lo spettacolo del giovane regista iraniano si è sviluppato in un susseguirsi di sketch da cabaret, al limite tra il ridicolo e il grottesco. Bisogna immaginare otto creature umane totalmente differenti le une dalle altre: corporature e altezze davvero dissimili hanno invaso il palcoscenico proiettando una certa dose di inquietudine. Uomini e donne dai quali la vita è stata risucchiata e appaiono nella loro sembianza mortale. Il trucco richiamava quello degli zombie, cerchi neri intorno agli occhi, brandelli di vestiti ricoprivano i loro corpi, passi cadenzati li accompagnavano negli spostamenti, lasciando dietro sé il vuoto. In ogni scena queste creature assumevano forme nuove, vitalità rinnovate e sguardi persi, proprio quello sguardo di chi vede, ma non guarda.
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21 f, 2011 da
Ilaria Oliverio
Sì, perché “La notte poco prima della foresta” per la regia di Antonio Latella, andato in scena al Carignano l’11 Ottobre, per il Festival “Prospettiva150”, può benissimo fare a meno di fronzoli e orpelli per far valere le parole, le nude e semplici parole, grazie al testo di Bernard-Marie Koltès.
Se in più c’è un attore bravissimo come Clemens Schick che corre per un’ora di fila, senza mai calare di tono o intenzione mentre recita le sue battute, reggendo tutto su di sé il peso dello spettacolo, ti rendi conto di come il teatro si possa davvero fare con poco, se c’è un’intenzione verso cui correre.
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17 f, 2011 da
Beba
Due spettacoli brevi sono stati presentati mercoledì sera, alla Cavallerizza Reale a Torino, dalla compagnia Pathosformel. Uno studio, “An afternoon love”, e una rappresentazione completa “Alcune primavere cadono d’inverno” hanno trattenuto il pubblico della Manica Corta sulla poltroncina, tra curiosità e un pizzico di sgomento.
“Alcune primavere cadono d’inverno” è stato lo spettacolo per cui credo la maggior parte del pubblico si sia recato a teatro per l’occasione. La scena è scura e concentrata: un telo grigio cade verticale fa da sfondo al ballerino di breakdance che in apertura di scena è sdraiato su una piattaforma a griglia rettangolare, divisa in più parti al suo interno. Al suo fianco un sacchetto di plastica bianco giace informe. Una luce soffusa dall’alto illumina questo stralcio di strada: il ballerino, solo in scena per trenta minuti, inizia a muovere i primi passi: gira e volteggia su se stesso, all’interno di un piccolo rettangolo. Si ode solo il rumore dei passi sulla griglia. Movimenti perfetti sviluppati tra fluidità e scatti. Lentamente la luce diviene più forte e insieme a lei la musica si sostituisce al silenzio. L’uomo in scena a poco a poco, continuando con i suoi movimenti esce dal suo piccolo spazio e crea la sua danza su tutta la piattaforma. Improvvisamente il sacchetto di plastica al suo fianco inizia a volare, sospinto a destra e a sinistra, in alto e di nuovo in basso, come se folate di vento gli infondessero vita e nuova forma. A tratti il ballerino e il sacchetto si muovono all’unisono complici della musica di sottofondo che raggiunge, nel momento della compresenza, il suo massimo volume.
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Teatro
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22 f, 2011 da
FestivalColline-Lab16
Davanti a Sonno ci si pone come davanti a una tela di Dalì, o ad un trittico del Bosch. Storditi ed inquieti per quei mondi allucinati, quelle nature squassate e irrimediabilmente sconvolte dal Tempo e dalla Morte, cogliamo subito i segni macroscopici, ma torniamo a casa meditabondi, rimuginando ancora sulle allusioni di cui avvertiamo la presenza, ma che non sappiamo afferrare in modo immediato. Ciò che scopriamo è che Sonno è un opera raffinata, spesso metafisica, a tratti erudita, mai saccente. Vi si intrecciano, senza alcuna pretesa di dare risposte, citazioni teatrali e pittoriche, i temi inesauribili della perfezione ed incorruttibilità del manufatto e dell’opera d’arte (che sfuggono al Tempo proprio perché già morti: ed ecco che l’uomo dell’ars gioca infantilmente con il pendolo), il problema della relazione di questi oggetti morti col corpo vivo dell’attore.
Sulla scena, un re insonne ed infantile circondato da creature mostruose, inquietanti, ferine: un bambino dal flessuoso corpo di donna (una sorta di misto fra il bambino insanguinato di una visione di Macbeth, il Manuel Osorio di Goya ed una strega animalesca), un oscuro uomo-albero che resta sempre nell’ombra, fantasma premonitore del “grande bosco di Birnam” che avanzerà minaccioso contro Macbeth, decretandone la fine. E ancora il bambino che, sostituendosi al re, gioca a carte con un seggio vuoto, perde e litiga con l’immaginario avversario: una parodia della nota scena in cui Macbeth s’avventa furioso sul proprio trono, sconvolto dalla visione del fantasma di Banquo. Sembra stonare –ed infatti una certa parte del pubblico ha rumoreggiato- la scena alla Trainspotting in cui lo sciocco re, dopo aver lavato una camicia (chiara allusione alla macchia di sangue che Lady Macbeth, ormai folle, cerca di lavar via dalle sue mani assassine), si cala con l’intero braccio in un lavandino ed estrae, con crescente disgusto, grovigli di cavi-capelli, finché non vomita. L’immagine rende bene l’orrore per gli omicidi compiuti che condurrà Lady Macbeth alla follia e alla morte, ma spezza l’ipnotica ed elegante atmosfera che fa dell’ultima opera degli Opera (mi si perdoni lo scontato calembour) uno dei fiori all’occhiello di questa edizione del Festival delle Colline.
Valentina Salerno
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